Da un punto di vista semeiologico si parla di nodulo tiroideo quando la normale morfologia della ghiandola appare alterata per la presenza di tumefazioni che ne modificano la superficie ed i margini. I noduli della tiroide rappresentano la patologia endocrina più frequente, con una prevalenza dell’ordine del 4%-5% in paesi a sufficiente apporto iodico come gli Stati Uniti, fino ad oltre il 50% in paesi a basso apporto iodico come per esempio l’Italia.
Il primo quesito che si pone di fronte a “un nodulo della tiroide” da un punto di vista clinico è se si tratti di un nodulo benigno o maligno.
La prevalenza del carcinoma della tiroide nei noduli anche non clinicamente evidenti è stimata intorno al 0,3%; essa aumenta al 5-20% in noduli trattati chirurgicamente ed è circa il 3-5% in casistiche autoptiche di pazienti senza evidenza di patologia tiroidea. La discrepanza tra i risultati degli studi autoptici e di quelli clinici, può dipendere in parte dal fatto che il carcinoma della tiroide ha lenta evoluzione e scarsa aggressività e rimane per decenni clinicamente silente.

Strategie diagnostiche

Nella nostra casistica i noduli solidi rappresentano circa l’80% dei noduli freddi mentre circa il 20% è rappresentato da noduli cistici o misti. L’agoaspirazione del nodulo e l’esame citologico del materiale ottenuto è il presidio diagnostico fondamentale per distinguere i noduli benigni da quelli maligni.

Storia clinica ed esame obiettivo

La storia clinica e l’esame obiettivo sono di fondamentale importanza nella valutazione della patologia nodulare. Elementi importanti sono: il sesso, l’età, l’anamnesi familiare, la regione di provenienza, alcune pratiche terapeutiche eseguite. Poiché la nodularità tiroidea aumenta con l’età e il gozzo nodulare è più frequente nel sesso femminile con un rapporto di 7 a 1, mentre il carcinoma della tiroide è solo di poco più frequente nella donna (4/1), ne consegue che un nodulo ha molte più probabilità di essere carcinomatoso nel maschio ed in età giovanile. Non sembra che la carenza iodica rappresenti un fattore di rischio per il carcinoma della tiroide; sembra invece che l’apporto iodico condizioni il tipo istologico del carcinoma tiroideo. Infatti nelle aree di endemia la frequenza del carcinoma follicolare è maggiore, mentre il carcinoma papillare prevale nelle aree con elevato apporto iodico (Giappone). Un rischio geneticamente determinato è riconosciuto per il carcinoma midollare. Sporadiche sono invece le segnalazioni di carcinoma papillare familiare.
Nella storia clinica si dovranno sottolineare:

  1. Rapidità di comparsa del nodulo : un nodulo che si forma nel giro di poche ore è più facilmente cistico o flogistico.
  2. Dolore e dolorabilità : sono dolorose soprattutto le cisti emorragiche, le tiroiditi e i carcinomi invadenti la capsula.
  3. Febbre: è caratteristica delle tiroiditi acute e subacute (De Quervain).
  4. Rapidità di accrescimento del nodulo: un rapido aumento di volume, soprattutto dopo un periodo precedente di quiescenza, è caratteristico dei noduli neoplastici.

All’esame obiettivo

In assenza di gozzo, un nodulo isolato soprattutto in soggetto giovane ha più probabilità di essere maligno rispetto ad un nodulo presente in una ghiandola aumentata di volume.
Altra caratteristica da valutare è la consistenza del nodulo: la durezza, l’irregolarità della superficie e la eventuale fissità sui piani profondi e superficiali depongono per una neoformazione maligna. Va sempre ricercata inoltre la eventuale presenza di tumefazione dei linfonodi laterocervicali e/o sovraclaveari.
Soprattutto per noduli di grosse dimensioni possono essere presenti segni di compressione locale (trachea e/o esofago).
Particolare attenzione va rivolta ad una storia di precedenti radioterapie esterne, soprattutto in età infantile o adolescenziale, che potrebbero aumentare il rischio di neoplasie tiroidee.

Diagnostica di laboratorio

Nella valutazione funzionale del gozzo uni o multinodulare è particolarmente importante il dosaggio del TSH.
Valori di TSH (dosato con metodi ultrasensibili) bassi (in presenza di valori di ormoni tiroidei normali od elevati) sono indicativi di un ipertiroidismo (subclinico o clinico, rispettivamente); molto spesso in questi casi sono presenti sintomi clinici di iperfunzione tiroidea, tachicardia e/o aritmie.
Valori di TSH elevato (in presenza di valori di ormoni tiroidei normali o bassi) sono invece indicativi di un ipotiroidismo (subclinico o clinico, rispettivamente), e sono di solito accompagnati da presenza di autoanticorpi antitiroidei circolanti, indicativi di una coesistente tireopatia autoimmune.
Il dosaggio invece di alcuni markers può essere indicativo di formazioni neoplastiche. La tireoglobulina (Tg) non è un buon marker nel carcinoma tiroideo, infatti valori elevati di Tg si ritrovano anche in patologie tiroidee benigne (Morbo di Graves’, tiroidite di Hashimoto, gozzo nodulare, ecc.). Di notevole aiuto è invece la determinazione della Tg nel follow‑up dei pazienti già trattati per carcinoma tiroideo con tiroidectomia totale e dose ablativa con 131I.
La calcitonina (CT) è invece un buon marker per la diagnosi, oltre che per il follow‑up del carcinoma midollare. Il riscontro di livelli superiori alla norma, sia in condizioni basali, sia dopo stimolo con pentagastrina e/o calcio in soggetti con patologia nodulare tiroidea, è indicativo di una patologia delle cellule C, secernenti calcitonina.

Scintigrafia tiroidea

La scintigrafia tiroidea viene eseguita utilizzando come tracciante radioattivo il 99mTc, meglio ancora, soprattutto di fronte alla presenza di noduli iperfunzionanti, il 131I. Questa indagine ci permette una valutazione funzionale della ghiandola, evidenziando la capacità delle formazioni nodulari di captare o meno il radionuclide. Avremo pertanto la presenza di aree «calde», che captano cioè maggiormente il tracciante; aree «fredde» non captanti, cioè funzionalmente escluse ed aree isocaptanti. Questa indagine, ad ogni modo e come prima accennato, non ci dice molto sulla natura maligna o benigna del nodulo, anche se è vero che il riscontro di un carcinoma in un nodulo caldo è meno frequente.
Fra i pazienti con noduli iperfunzionanti una buona percentuale (fino all’80% secondo alcuni autori) è eutiroidea, mentre i rimanenti sono ipertiroidei (noduli tossici) o con TSH soppresso (noduli pretossici). La percentuale dei noduli tossici aumenta nei pazienti più anziani e nei pazienti con noduli di dimensione superiore ai 3 cm. Solo il 10-20% dei pazienti eutiroidei successivamente diventerà ipertiroideo, soprattutto quelli con noduli più grandi di 3 cm.
Molti autori di fronte a un nodulo “iperfunzionante” non ritengono necessario eseguire l’agoaspirazione. Il riscontro invece di un nodulo freddo richiede spesso l’esecuzione dell’agoaspirato. La percentuale di noduli maligni tra quelli freddi è piccola e varia, a seconda delle casistiche, dal 4% al 0,5%

Ecografia tiroidea

L’esame ecografico ha notevolmente cambiato l’approccio al paziente tireopatico, infatti ci permette di valutare le dimensioni della ghiandola e quelle dei noduli, di rilevare il numero delle lesioni, l’aspetto dei margini e della parete dei noduli, la presenza di segni di compressione e/o dislocazione locali, infiltrazioni di strutture circostanti ed eventuali linfoadenopatie associate.
Fondamentale è la differenziazione tra lesioni cistiche, solide e miste: le prime si presentano come aree anecogene (prive di echi) con rinforzo della parete posteriore; mentre le formazioni solide possono essere ipo-, iso‑ o iperecogene. Le lesioni “cistiche pure” sono sempre benigne, mentre le “cistiche con componente solida” possono essere, sebbene raramente, maligne.
Le lesioni maligne si presentano il più delle volte con aspetto ipoecogeno, disomogeneo, con margini irregolari, mal definibili rispetto al circostante parenchima e con microcalcificazioni interne; tuttavia questi aspetti non sono segni certi di malignità.
Un’altra informazione fondamentale che deriva dall’ecografia è l’osservazione di noduli multipli, talora bilaterali, non palpabili, che orienta verso la diagnosi di un gozzo multinodulare.
L’ecografia permette di evidenziare la presenza di noduli non palpabili per le dimensioni (<1 o 1,5 cm), o scarsamente apprezzabili per la sede, come per esempio i noduli parzialmente affondati nel giugulo. Essa inoltre consente di stabilire la presenza di dislocazione e o compressione della trachea e dei vasi, orientando perciò verso una successiva indagine radiografica.
Un altro aspetto molto interessante dell’ecografia è quello della valutazione della ecotessitura del tessuto tiroideo, nonchè delle dimensioni della tiroide. In presenza di un quadro di tireopatia autoimmune conclamata è di frequente riscontro la presenza di un’alterazione della ecogenicità del parenchima tiroideo, che può risultare ipoecogeno con la presenza di strie iperecogene intralobari a tipo fibroso, come nella tiroidite di Hashimoto, o diffusamente ipoecogeno e disomogeneo come nel morbo di Basedow; talora i quadri delle due tireopatie non sono ben differenziabili e le alterazioni della ecogenicità della ghiandola possono essere lievi. Nella tiroidite subacuta è tipico il quadro di una ipoecogenicità diffusa con aree ipoecogene sfumate diffuse nel parenchima tiroideo a pelle di leopardo. L’ecografia permette inoltre di stimare con buona approssimazione il volume della tiroide (distinguendo i gozzi, dalle tireopatie atrofiche) e dei noduli tiroidei.
In presenza di linfoadenopatia, l’ecografia consente di stabilire la sede e la dimensione dei linfonodi e di dare un’indicazione sulla natura dei linfonodi stessi. Infatti, la presenza di linfonodi, fortemente ipoecogeni, rotondeggianti, disomogenei, senza evidente “ilo” (centro iperriflettente), è fortemente suggestiva di metastasi linfonodale.
Vi è inoltre da tener presente che questa metodica oltre a permettere un follow up dei pazienti trattati con terapia soppressiva, è utile per escludere l’esistenza di una emiagenesia del lobo controlaterale quando la scintigrafia evidenzi un solo lobo captante.

Valutazione eco-color doppler della vascolarizzazione tiroidea

Mediante eco-color doppler/power doppler è oggi possibile valutare la vascolarizzazione tiroidea. Una vascolarizzazione aumentata si osserva nelle condizioni di ipertiroidismo come il Morbo di Basedow, o nelle condizioni di infiammazione della tiroide, come in alcuni casi di tiroidite.
E’ inoltre possibile valutare la vascolarizzazione dei noduli tiroidei: i noduli freddi benigni sono di solito associati ad una vascolarizzazione presente alla periferia del nodulo; mentre i noduli caldi/iperfunzionanti o le neoplasie possono presentare una vascolarizzazione intranodulare.

Indagini radiologiche

Tra gli esami strumentali di indubbio valore è una RX del collo che permette di stabilire eventuali compressioni o dislocazioni della trachea e dopo pasto baritato, compressioni o dislocazioni dell’esofago. L’esame radiologico del collo può evidenziare la presenza di calcificazioni a cercine (noduli cistici), o ancora, calcificazioni a spruzzo, fonte di sospetto per carcinoma.
La TAC trova un’indicazione nelle forme mediastiniche, visto il ridotto potere di penetrazione degli ultrasuoni nello studio del mediastino antero‑superiore e quindi dei rapporti tra tessuto tiroideo e strutture circostanti.
La RMN evita l’introduzione dei mezzi di contrasto iodati e l’esposizione a radiazioni ionizzanti offrendo un buon contrasto tra tessuti molli e vasi. Purtroppo, pur riuscendo a differenziare tessuti patologici da quelli normali del collo, la RMN non riesce a distinguere tra caratteri di malignità e benignità.

Agoaspirazione – Esame Citologico

Una volta appurata l’esistenza di uno o più noduli è opportuno eseguire un esame citologico a fini diagnostici e una migliore selezione dei pazienti da sottoporre ad intervento chirurgico. L’esame di solito viene eseguito con ago di piccolo calibro (25‑22 gauge) applicato ad una siringa da 10 cc (FNAB, fine needle aspiration
biopsy). È una tecnica praticamente priva di rischi, non necessita di anestesia, è di rapida esecuzione e può essere eseguita più volte ambulatorialmente. Se correttamente eseguita e letta da un citologo esperto, l’attendibilità è superiore al 90%. Nei noduli tiroidei benigni, il quadro citologico è caratterizzato dalla presenza di colloide con cellule prismatiche isolate, o in gruppi monostratificati, con nucleo piccolo e regolare. La presenza di macrofagi caratterizza le lesioni cistiche.
Il riscontro di linfociti, rare plasmacellule, cellule ossifile, è un quadro che depone per un processo cronico tipo tiroidite di Hashimoto. La tiroidite subacuta o di De Quervain è caratterizzata da cellule giganti multinucleate in uno striscio ricco di leucociti e cellule tiroidee con fenomeni di tipo regressivo. Nelle rare forme di tiroidite suppurativa il preparato è ricco di granulociti, macrofagi e detriti cellulari.
Per quanto riguarda le lesioni maligne si può senz’altro affermare che, se per il carcinoma papillare la diagnosi è possibile in più del 90% dei casi, ciò non può dirsi per il carcinoma follicolare. Non esiste infatti una diagnosi differenziale certa alla citologia tra adenoma microfollicolare e carcinoma. Quando infatti quest’ultimo è ben differenziato, spesso la diagnosi è possibile solo ad un attento esame su sezioni istologiche seriate. Lo stesso può dirsi per l’adenoma e il carcinoma a cellule di Hurthle. Quindi una citologia che depone per nodulo microfollicolare e/o trabecolare, o per nodulo a cellule di Hurthle o ossifile, può essere considerata «indeterminata», e necessita del controllo istologico della lesione.
Una diagnosi di certezza è possibile anche per il carcinoma midollare: le cellule presentano nucleo eccentrico, ampio citoplasma spesso di forma triangolare e talvolta sono plurinucleate. La colorazione di May-Grunwald Giemsa mette in risalto i caratteristici granuli citoplasmatici metacromatici. L’agoaspirato permette anche la diagnosi di carcinoma anaplastico della tiroide e delle metastasi intratiroidee.
Nelle cisti l’agoaspirazione può essere terapeutica essendo seguita dalla scomparsa del nodulo. Il colore del liquido può essere significativo orientandoci anche sulla natura della cisti stessa. Il liquido color coca‑cola è tipico delle cisti emorragiche di vecchia data, il colore rosso vivo indica una emorragia recente e il colore giallo carico una emorragia antica. Un liquido giallo con presenza di pagliuzze color oro prelevato da una cisti nella zona mediana alta del collo è tipico delle cisti del dotto tireoglosso. In una piccola percentuale di casi un fluido limpido color acqua di roccia indica una cisti di origine paratiroidea, che può essere confermata da elevate concentrazioni di PTH intracistiche. Raramente si osserva un materiale semiliquido di un colore bianco sporco riferibile al contenuto di una cisti d’origine branchiale.
L’esame citologico è affidabile e poiché solo ai noduli maligni, sospetti, indeterminati e a quelli che danno segni di compressione locale, deve essere obbligatoriamente riservata la terapia chirurgica, questo iter può risparmiare l’intervento a più dell’85% dei pazienti.

Iter diagnostico – conclusioni

Nella nostra esperienza riteniamo utile abbinare durante la prima visita del paziente, oltre agli esami ormonali, anche l’ecografia che risulta molto utile nel precisare il numero e le dimensioni dei noduli tiroidei, la presenza/assenza di compressioni sulle strutture locali, la presenza/assenza di un quadro suggestivo di una tireopatia autoimmune o di una tiroidite subacuta e/o la presenza di linfoadenopatie sospette. Quindi si procede all’agoaspirazione dei noduli di dimensioni maggiori o con caratteristiche cliniche ed ecografiche sospette. La scintigrafia tiroidea viene invece eseguita soprattutto nei pazienti che presentano valori di TSH (dosato con metodo ultrasensibile) inferiori alla norma.
Alla fine di questo iter ci possiamo trovare di fronte alle seguenti principali opzioni diagnostiche:
1) nodulo tiroideo non maligno, “scintigraficamente freddo”, con normali livelli di ormoni tiroidei circolanti e TSH; il nodulo può essere singolo o nell’ambito di un gozzo multinodulare (gozzo uninodulare e gozzo multinodulare non tossico, cisti della tiroide);
2) nodulo o gozzo multinodulare autonomo (tossico o pretossico);
3) sospetto carcinoma o nodulo “maligno della tiroide”;
4) tiroidite subacuta, acuta o cronica;
5) emiagenesia tiroidea.
La strategia terapeutica verrà quindi esaminata separatamente in rapporto ai singoli quadri diagnostici soprariportati.

Terapia del gozzo uninodulare e gozzo multinodulare non tossico

Di fronte ai noduli freddi si propongono tre alternative terapeutiche: a) intervento chirurgico; b) terapia medica; c) attesa senza alcuna terapia.

Quando intervenire chirurgicamente?

Dopo l’uso diagnostico sistematico dell’esame citologico su agoaspirato, il numero dei noduli freddi nei quali si impone l’intervento chirurgico si è fortemente ridotto. Allo stato attuale debbono essere inviati al chirurgo i seguenti noduli:
a ) con esame citologico positivo per lesione maligna;
b) con esame citologico sospetto/indeterminato (inclusi i microfollicolari e/o i trabecolari e i noduli a cellule di Hurthle), soprattutto in presenza di atipie cellulari;
c) con segni di compressione tracheale o venosa o esofagea;
d) con gravi alterazioni estetiche (giudizio molto soggettivo).
È necessario ricordare che l’intervento non dovrà essere di enucleoresezione e che qualsiasi resezione tiroidea dovrà essere sempre seguita da terapia soppressiva del TSH con L‑T4. Infatti le recidive nodulari sono numerose nei malati sottoposti a lobectomia o a tiroidectomia subtotale e non trattati con L‑T4 a dosi adeguate. D’altra parte un ipotiroidismo subclinico negli operati di tiroidectomia subtotale è presente in un alto numero di casi.

Terapia Medica con L-T4

La terapia medica consiste nella somministrazione di levo‑tiroxina (L-T4) a dosi capaci di «sopprimere» la secrezione del TSH. La posologia è compresa tra 2,0 e 2,5 mcg/kg/die. Le compresse devono essere assunte al mattino a digiuno in modo da avere il massimo assorbimento. Per verificare l’avvenuta soppressione ed eventualmente aggiustare la terapia (nel senso di un aumento o una diminuzione) si esegue dopo circa 6 settimane un dosaggio degli ormoni tiroidei e del TSH. Il TSH può essere mantenuto soppresso, anche con livelli normali di FT3 e FT4. Scopo di questa terapia è quello di ridurre il volume del nodulo o almeno di impedirne la crescita ulteriore e prevenire la formazione di nuovi noduli. Il trattamento con L‑T4 deve essere continuato indefinitamente ed in maniera sistematica con controlli all’inizio semestrali e quindi annuali. Non sempre la terapia risulta comunque efficace.
La terapia soppressiva eseguita con L-T4 può avere effetti collaterali; infatti la comparsa di tachicardia, aritmie, insonnia ed eccitazione psichica sono molto frequenti soprattutto nei soggetti in età avanzata.
Per questi motivi, la terapia soppressiva non deve essere attuata in soggetti con:
1) cardiopatia, osteoporosi ed in età avanzata (dopo i 50-60 anni) per la facile intollerabilità;
2) nei gozzi multinodulari con TSH basso perché possono ritrovarsi noduli autonomi iperfunzionanti.
In tutti questi casi è prudente sorvegliare il malato senza alcuna terapia.

Cisti della tiroide

Una volta accertata la natura cistica mediante ecografia, si procede allo svuotamento della stessa con un ago di 20-22 gauge applicato ad una siringa da 20 cc. Qualora il nodulo sia interamente cistico si ha il collabimento delle pareti con la completa scomparsa della formazione palpabile. Nel 50% dei casi si ottengono ottimi risultati con la semplice aspirazione del liquido cistico che può essere ripetuta successivamente. Ciò non può dirsi invece di cisti con diametro maggiore di 4 cm; queste lesioni più frequentemente recidivano nonostante le continue evacuazioni. Recentemente è stato introdotto l’uso di iniezioni di alcool nelle cisti della tiroide che ha una forte azione sclerosante. Qualora i risultati fossero comunque insoddisfacenti, e soprattutto se le dimensioni della cisti fossero tali da produrre fenomeni compressivi, si può ricorrere all’intervento chirurgico.

Prevenzione dei noduli della tiroide

I noduli della tiroide sono più frequenti in pazienti con iperplasia della tiroide e poiché la causa più frequente di iperplasia tiroidea è un deficitario apporto di iodio con la dieta (< di 100 mcg/die), la frequenza dei noduli è maggiore nelle zone di endemia gozzigena. Alcune ricerche hanno dimostrato una riduzione della frequenza dei noduli tiroidei nella popolazione dal 50% prima dell’introduzione della profilassi iodica al 3% dopo. Si comprende quindi come il problema dei noduli abbia destato un così grande interesse in un paese come il nostro dove la carenza iodica è largamente diffusa e come una profilassi iodica corretta sia in grado di ridurre notevolmente l’incidenza di patologia nodulare della tiroide. La profilassi viene generalmente condotta mediante aggiunta di iodio in alimenti di largo consumo (come il sale per esempio).

Terapia del gozzo nodulare tossico e pretossico

In questa malattia la tireotossicosi è il risultato di una iperproduzione ormonale da parte di aree di parenchima tiroideo dotate di autonomia funzionale, cioè funzionalmente indipendenti dal TSH. Si avranno così noduli che possono essere “caldi” (cioè con elevata attività iodofissante) e noduli “freddi” (con scarsa attività iodofissante). Fra i pazienti con noduli iperfunzionanti una buona percentuale (fino all’80% secondo alcuni autori) è eutiroidea, mentre i rimanenti sono ipertiroidei (noduli tossici) o con TSH soppresso (noduli pretossici). Si distinguono due condizioni di iperfunzione: a) un cosiddetto stato pretossico in cui i valori degli ormoni tiroidei liberi risultano nella norma ma il TSH, dosato con metodi ultrasensibili risulta soppresso; b) uno stato tossico di ipertiroidismo propriamente detto, in cui i valori degli ormoni tiroidei liberi sono elevati ed il TSH è soppresso.

Gozzo multinodulare tossico

Il gozzo multinodulare tossico è meno frequente del morbo di Basedow nelle aree con adeguato apporto iodico, ma nelle zone di endemia gozzigena può essere la forma di ipertiroidismo prevalente. E` più frequente oltre i 50 anni e rispetto al morbo di Basedow mostra una minor predilezione per il sesso femminile. La sindrome ipertiroidea è generalmente di entità più lieve rispetto a quella osservabile nel morbo di Basedow e con esordio subdolo. Prevalgono i sintomi cardiovascolari (fibrillazione atriale, scompenso cardiocircolatorio), sia perché i pazienti sono di età più avanzata, sia perché di solito al momento della diagnosi, la tireotossicosi è presente già da tempo.

Adenoma tossico

Con questo termine si indicano i quadri clinici di ipertiroidismo dovuti alla presenza di un nodulo tiroideo iperfunzionante.
Recentemente, diverse mutazioni somatiche sono state descritte sia per il gene del recettore del TSH che per i geni delle proteine G in buona parte degli adenomi tossici. L’adenoma tossico colpisce in prevalenza soggetti di età media. L’insorgenza del nodulo iperfunzionante spesso precede di vari anni la comparsa delle manifestazioni cliniche dell’ipertiroidismo (cosiddetto adenoma pretossico).
La palpazione della tiroide rileva un nodulo prevalente nell’ambito di un gozzo. La diagnosi si basa sul rilievo scintigrafico di una zona di ipercaptazione del radioiodio in corrispondenza del nodulo palpabile con scarsa o nulla fissazione del radionuclide nelle zone extranodulari.

Terapia del gozzo nodulare tossico

La terapia con antitiroidei di sintesi non è mai il trattamento di scelta, infatti i noduli autonomi quasi sempre riprendono la loro attività di produzione ormonale alla cessazione della terapia antitiroidea. L’uso di questi farmaci è quindi indicato solo come preparazione ad una terapia definitiva dell’ipertiroidismo (intervento chirurgico) o con radioiodio. In linea generale, il presidio chirurgico è indicato nei gozzi di grosse dimensioni, con compressione tracheale e/o esofagea e nei soggetti giovani; quella con radioiodio è preferita nel caso di soggetti di età più avanzata e quando non vi siano segni di compressione locale. Il trattamento chirurgico consiste nella tiroidectomia intesa a rimuovere tutte le formazioni nodulari (di solito tiroidectomia subtotale) o, più raramente, in una emitiroidectomia. Il trattamento con radioiodio è efficace nella risoluzione dell’ipertiroidismo del gozzo nodulare tossico. Le dosi sono in genere comprese tra 10 e 20 mCi. Recentemente la somministrazione di etanolo è stata utilizzata nel trattamento dei noduli tossici e pretossici isolati, ma l’uso di questa procedura si è successivamente ridotta.

E’ consigliabile il controllo periodico dei noduli tiroidei da parte dell’endocrinologo, al fine di seguirne l’evoluzione.